Peace Through Tourism Festival – Intervista a Fabio Carbone PARTE 1/2

Il primo Festival Internazionale della Pace attraverso il Turismo della durata di sette giorni è iniziato il 21 Settembre, la Giornata Internazionale della Pace, e si tiene a Teheran fino al 27 Settembre, Giornata Internazionale del Turismo. Tale evento, ideato e organizzato da Fabio Carbone, docente e ricercatore presso la Coventry University (UK), in carica di ambasciatore globale e inviato speciale in Iran dall’Istituto Internazionale per la Pace attraverso il Turismo (IIPT, New York), prevede un programma ricco di seminari, workshop e masterclass attraverso i quali si vuole trasmettere un messaggio di ‘Higher Purpose of Tourism” e che riguardano i temi della pace attraverso il turismo, come l’identità locale e la gestione del patrimonio culturale; l’uguaglianza di genere e l’inclusività; il ruolo dei musei e quello dei viaggiatori e delle popolazioni locali. 

Twissen ha intervistato Fabio Carbone andando ad analizzare l’interconnessione tra Pace e Turismo.

Cosa vuol dire pace attraverso il turismo, quali sono gli elementi fondanti?

Il concetto di pace attraverso il turismo indica un processo, quello della creazione e promozione di una cultura di pace e dialogo tra popoli. Inizialmente questa associazione -affatto nuova per la verità – si basava sulla “teoria del contatto”, secondo la quale l’incontro tra persone di culture e luoghi geografici diversi, di per se, portasse al dialogo e ad una maggiore comprensione. Oggi il dibattito per fortuna si è tinto di complessità: l’idea che il solo incontro tra persone porti al dialogo e alla comprensione tra popoli è di fatto abbastanza naif, e costituisce un argomento più volte smentito da evidenze empiriche che dimostrano, al contrario, che l’esperienza presso una destinazione possa addirittura rinforzare stereotipi preesistenti nel visitatore, piuttosto che dissiparli. E poi basta pensare a luoghi come Venezia, Barcellona, dove la popolazione locale non ne puo piu’ della presenza dei turisti, per la sbagliata (o mancata) gestione dei flussi di visitatori: perdita di identità, gentrificazione, overtourism, conflitto latente tra visitatori e abitanti… quale sostenibilità? quale responsabilità? quale pace? Diciamo dunque che il processo di promozione di una cultura di pace attraverso il turismo esiste in potenza, ma devono esistere presupposti precisi perché ciò avvenga di fatto. Stiamo arricchendo dunque il discorso con nuovi approcci, più complessi, integrati. Io personalmente mi concentro sul ruolo dei beni culturali e della loro gestione nell’ambito della costruzione di dinamiche che possano portare al dialogo interculturale attraverso il turismo.

Quando e come è nata la necessità di concretizzare l’unione tra turismo e pace? 

Non direi che esista una “necessità”. Esiste piuttosto una potenzialità, una possibile relazione causale tra turismo e pace (in senso lato). Ma esistono presupposti che vanno curati affinché ciò’ possa avvenire. Tali presupposti hanno a che fare con il coinvolgimento di aree quali – tra le altre – quella dell’educazione (formale, non formale e informale); delle modalità di gestione partecipata e integrata dei beni culturali al fine di potenziare la consapevolezza e l’autostima dei locali ancor prima che il turista arrivi; delle attività di diplomazia culturale. Prima di tutto sarebbe necessario liberare dalle catene dell’economicismo sfrenato l’idea stessa di turismo (che si insegna per lo più’ nelle facoltà di economia e business school, per esempio), riportando in senso kantiano l’Uomo al centro del processo di sviluppo turistico di ogni destinazione. Per far ciò dovremmo per esempio pensare a corsi di turismo interfacoltà (economia/sociologia/lettere e filosofia/relazioni internazionali, giusto per fare un esempio!). Immagini, ad esempio, che io non lavoro, a differenza della maggior parte dei miei colleghi, in un centro di ricerca di una facoltà di economia, bensì nel Centre for Trust, Peace and Social Relations della Coventry University! E invece, finchè l’economicismo continuerà ad attanagliare l’idea di turismo, associare la parola pace (come anche quella di “sostenibilità”!) al turismo sarà un esercizio intellettuale poco più che inutile. Il lavoro che svolgo come ambasciatore dell’ International institute for Peace through Tourism (New York) ha proprio la finalità di sensibilizzare il settore pubblico e privato, nonché la società civile (turisti e abitanti delle destinazioni) sull’esistenza di questa alternativa, sulla quale concettualmente lavoro in ambito accademico come ricercatore.



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